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Eclissi

La misconosciuta virtù del combattimento

Volteggio nel freddo ventre della regione di spazio che circonda Terra. Sotto di me il pianeta azzurro si piega in una falce di luce brillante che esalta l’azzurro degli oceani e il verde smeraldo dei continenti. Intorno, come una corona, cento milioni di stelle. All’improvviso, da decine di punti nascosti dal buio, partono sottili saette dirette verso il pianeta. Mi sembra di scorgere la fragile struttura di una stazione spaziale che apre la sua stiva lasciando cadere micidiali di stiletti di fiamma. Dopo pochi minuti, sulla superficie lontana, incominciano a spuntare innumerevoli piccoli fiori rossi i cui petali roventi si allargano per bruciare le città.

Così che infine mi ritrovo sulla cima ventosa di una montagna. Il sole è pallido, l’aria trasparente e fredda mi offre una visuale che si estende per chilometri e chilometri. Non sento più nessun rumore e non vedo nient’altro che una sterminata distesa di terra deserta. Anche se non si vedono cadaveri o segni di distruzione, sento senza alcun dubbio che ormai non esiste più vita, ma solo morte. La morte antica che ha consumato non solo il ricordo, ma anche le vestigia e con esse le ossa polverose.

Mi sveglio con umore cupo. Faccio colazione lentamente aspettando che il caffè termini di stillare nella brocca di vetro. Scorro rapidamente il mio studio sull’identificazione delle forme basato sulla suddivisione poligonale, poi prendo la valigetta, il badge e le chiavi della macchina. Nel prato, sotto il sole brillante del New Jersey, un cervo pascola tranquillo. Tra New Bruswick e Princeton ci sono meno di trenta chilometri di strada diritta come un colpo di fucile che percorro cercando di convincermi che quello che sto facendo non è altro che male necessario declinato secondo l’antica regola della misconosciuta virtù del combattimento.

Cento milioni di stelle

Nella notte gelida del deserto, orfani del chiarore di Luna, dopo aver bevuto l’ultima goccia di caffè, siamo stesi al suolo, l’uno contiguo all’altro, uniti nel desiderio di cercare calore e vicini nel timore di essere colti dalla morte prima che il sottile diaframma che si pone tra luce e tenebra si infranga per l’ennesima volta. Così che basta un semplice fruscio, la mancata risposta ad un “chi va là?” perché dalle nostre linee si scateni la Furia. Nel buio, squarciato dalle scie dei traccianti, il fragore degli spari e le urla degli ufficiali stabiliscono un nuovo ordine nella notte e persino le stelle sotto le quali abbiamo giaciuto fino a qualche minuto fa sono offuscate dai lampi delle armi e dalle nubi dei fumogeni.
Nella nebbia arancione che brucia la gola, la mia mitragliera taglia sottili lame di luce nella inquieta ricerca di esili figure da intercettare. Ne cado uno, un altro ancora e poi ancora, ancora, ancora fino a perdere il conto. Il mio servente mi batte forte sulla spalla: la canna della mia spada è diventata color ciliegia e nell’aria risuona l’ordine del cessate il fuoco. Qualche sparo ancora, poi la nebbia si dirada e torna il silenzio. Il silenzio, ma non la quiete perché dal tratto di fronte che si apre dinanzi ai nostri appostamenti iniziano ad alzarsi i lamenti di quelli di cui abbiamo fatto massacro. Alcune sono grida di dolore, altre sembrano preghiere. Entrambe sono inutili, perché prima che si alzi il sole, nessuno di noi si alzerà per soccorrerli o mettere fine alla loro sofferenza. Guardo l’orologio. Mancano ancora almeno quattro ore. L’aria della notte odora di cordite e sangue. Mi giro sulla schiena, scosto l’elmetto. A guardarmi, severe nella loro accusa silenziosa, ci sono cento milioni di stelle.

Vozroždenie

L’Isola della Rinascita è il centro esatto dell’universo. Qui tutto è immobile mentre spazio e tempo continuano a dipanarsi per colmare il nulla immane che circonda il brillio di luce del Creato. Se, invece di un inutile fucile di assalto e le mie apparecchiature di ricetrasmissione, avessi lo strumento giusto sono certo che sarei capace di misurare quanta energia si irraggia da questo nulla assoluto, dalla desolazione totale di questa striscia di terra secca e malata come una piaga così corrotta che ormai non vale più nemmeno la pena di curare. Così, nei primi giorni, con la scusa di cercare il posizionamento migliore per i transponder, me ne vado in giro fra le carcasse di navi arrugginite, la polvere secca che danza nell’aria e la luce malata che filtra tra le catapecchie abbandonate. Ogni tanto mi fermo, spengo il motore e mi siedo a guardare intorno lo spettacolo messo in scena per questa sorta di anteprima dell’Apocalisse. Qui, una volta, c’era il mare. Ora c’è il deserto e la profonda contaminazione che solo anni di pertinace perseveranza sono riusciti a creare. Ora, nella notte, le uniche cose che si accendono sono le cento milioni di stelle che popolano il cielo terso di Vozroždenie. Conosco la violenza per averla subita e per averla inflitta. Non mi è estranea la potenza devastante del fuoco, la fredda determinazione omicida, la distruzione consapevole di ogni forma di vita o sostentamento, ma quello che mi circonda è la stasi della morte dalla quale non c’è più speranza di resurrezione. Una sorta di peccato incancellabile per il quale non è prevista remissione. L’Hind che mi ha portato sull’Isola della Rinascita non mi ha spostato nello spazio, ma nel tempo, dandomi il discutibile privilegio di vedere ciò che tutti sappiamo accadrà, ma a cui nessuno vuole pensare. Così, alla fine, rientro alla base con la silenziosa consapevolezza che non c’è dono peggiore della verità.

Eclissi

La casa è straordinariamente silenziosa. Le stanze vuote. La televisione spenta. Il rumore dei tasti mentre scrivo sulla tastiera mi sembra una tetra novità. Il caffè nella tazza è finito, oltre il vetro la notte è fredda, lucida e punteggiata di cento milioni di stelle.
Il bene della mia vita è fuori. Sono così abituato alla sua presenza che lo spazio di questa casa mi sembra ancora curvo intorno alla sua forma. Se chiudo gli occhi e mi lascio andare, il mio corpo si avvia lungo una lenta deriva gravitazionale che mi conduce nel punto di discontinuità dove più forte si concretizza la sua assenza: la scrivania piena di fogli come le schegge di una granata.
Giungo a questa notte dopo tanti anni di silenzioso servizio. Io che sono nato per secondare il dovere in ogni sua forma e che non conosco altro destino se non quello dell’obbedienza all’onore, mi sento stanco e ho paura.
Che fine fa una formica soldato quando non serve più alla sua regina?

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