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L’Assedio di Gaza

Scrivo questa nota con la piena consapevolezza che molti, leggendola, la troveranno sgradevole e proveranno un senso di ripulsa nell’immaginare come certi concetti si tradurranno nella realtà. Però, credo che sia necessario dare degli elementi su quella che solo a una valutazione superficiale può essere considerata esclusivamente un’operazione militare. Purtroppo, le premesse per una resa dei conti, una vera e propria vendetta tra due comunità divise da un odio di proporzioni inusitate, entrambe convinte di lottare per la sopravvivenza, ci sono tutte. Qui non è più questione di contendersi la terra, ma di distinguere chi, tra dieci anni, esisterà ancora come popolo.

Ed è in questo scenario che molte delle leggi che regolano la guerra verranno violate e ciò che è in predicato di accadere potrà non rispondere alla logica. Se non fosse per queste premesse, nessun uomo d’armi avrebbe mai nemmeno preso in considerazione di invadere una zona di terra con città popolose, dove in ogni appartamento, in ogni scantinato, in ogni anfratto, possono nascondersi miliziani armati, magari nelle vesti di civili inermi, pronti ad aggredire alla prima occasione l’invasore. Un territorio probabilmente già ampiamente allestito di depositi nascosti di armi, acqua e viveri, disseminato di trappole, rifugi e trabocchetti. Un luogo che non è possibile radere al suolo preventivamente  con l’aereonautica o l’artiglieria, vista l’estensione, la grande antropizzazione e la presenza di ostaggi senza arrivare a una tragedia umanitaria che, probabilmente, è esattamente quello che cerca hamas che si nutre e prospera nell’odio per gli ebrei.

Il mio auspicio è che ai vertici delle IDF, ci sia la lucidità e l’energia per opporsi a qualsiasi forzatura politica che spinga verso una escalation in questa direzione che, a prescindere dall’esito finale, rischia di trasformarsi in un danno enorme per l’immagine già deteriorata di Israele e quella definitivamente compromessa del suo governo.

Lo stesso assedio è una misura isterica, priva di ogni valenza militare. I terroristi si saranno già dotati di scorte sufficienti per resistere alla privazione di acqua ed energia elettrica. Inoltre, esistono cunicoli tramite i quali è possibile rifornirsi nonostante il blocco militare. Certo, questo vale per i terroristi di hamas, non per i civili, sui quali ricadrà per intero il peso di questa misura sanzionatoria. Ancora una volta, questo provvedimento andrà a favore della propaganda dei terroristi, che non vogliono altro che condividere in rete le immagini di bambini morti sotto i bombardamenti o sottoposti alle privazioni dovute alle infezioni, alla fame, alla sete e alla mancanza di medicinali.

Anche il destino degli ostaggi entra in questa logica di odio. Da parte israeliana, la mentalità è che se una persona è in ostaggio, il paese farà anche oltre il possibile pur di recuperarla o, almeno, di recuperarne le spoglie, ma ciò premesso, chi è prigioniero è di fatto un soldato che combatte come quelli che rischiano la vita per recuperarlo. Per questo, la morte è un’opzione possibile così come lo è per un qualsiasi militare in combattimento. Le singole vite hanno grande valore, ma la sopravvivenza del popolo di Israele viene prima di ogni cosa. I terroristi di hamas, dal canto loro, useranno quelle persone senza la minima pietà. Gli ebrei sono sacchi di carne, non sono persone, e come tali la loro vita non ha alcun valore a prescindere da sesso, età o condizione fisica. Neonati, anziani, donne, civili ebrei non sono esseri umani, ma degli untermensch, come amavano definirli i loro orribili predecessori nazisti. D’altra parte, il fanatismo li porta a non avere a cuore nemmeno la vita dei loro fratelli sacrificati allegramente come scudi umani o come protagonisti di tragici video di propaganda. Gli stranieri non ebrei probabilmente saranno utilizzati per operazioni di marketing o per dare lustro all’autorevolezza di un mediatore amico, come il Qatar.

Esclusa l’opzione dell’invasione (almeno spero) e constatata l’inefficacia del blocco di acqua e elettricità, alle IDF restano poche carte da giocare. La prima e più importante è assicurarsi che nessuno approfitti di questo momento di debolezza e confusione per aprire un altro fronte, magari lungo la Linea Blu. Hezbollah è un nemico temibile in possesso di un numero enorme di razzi. Il suo coinvolgimento va evitato a ogni costo. In alternativa, piuttosto che trovarsi pugnalati alla schiena, dal punto di vista strategico andrebbe valutata la possibilità di un attacco preventivo i cui esiti, però, dovrebbero essere la totale incapacitazione della forza paramilitare libanese. Non sono convinto che ci siano i mezzi e la determinazione per procedere in questa direzione a meno di un intervento diretto degli americani che attualmente mi appare improbabile. Stessa fermezza va indirizzata nei confronti di qualsiasi possibile aggressore. Anche se non lo ha mai ammesso ufficialmente, Israele dispone di capacità distruttive potenzialmente definitive. Onestamente, non credo che si possa arrivare a questo, ma, per esperienza, so che non sarebbe la prima volta che Israele inaugura modalità di combattimento precedentemente mai utilizzate da nessuno.

Per Israele rimangono due necessità indifferibili. La prima è l’eliminazione definitiva di hamas, anche se questo non vuol dire necessariamente che non nasca un nuovo gruppo con attitudini addirittura peggiori. La guerra contro lo jihādismo non è un problema della sola Israele, ma del mondo intero, russia compresa. È stato veramente un delitto imperdonabile che proprio la russia abbia distolto per così lungo tempo l’attenzione da un cancro che può estendersi in tutto il mondo con metastasi micidiali per l’intera infrastruttura delle società non confessionali.
Israele può decapitare hamas, ma non può fermare lo jihādismo. Per questo, la distruzione della minaccia interna va accompagnata da una forte azione di moral suasion per coinvolgere tutti gli alleati in una lotta contro ogni forma di integralismo terrorista. Fortunatamente, la proverbiale frammentazione del mondo musulmano può rivelarsi un fattore determinante nell’affrontare questo problema.

Più nell’immediato, va accettata qualsiasi mediazione credibile per recuperare il maggior numero di ostaggi, tenendo ben presente che, probabilmente, sarà comunque necessario pagare un pegno sanguinoso.
Una volta ottenuto un risultato anche parziale su questo punto, andrebbe incoraggiato lo spostamento delle popolazioni civili palestinesi dalle zone oggetto di operazioni militari. Anche in questo, non ci si può attendere miracoli. hamas, già in passato, ha represso nel sangue i tentativi delle popolazioni civili di abbandonare le zone di guerra (senza però postare i video). Però si tratta di uno step indispensabile. Infine, bisogna avere pazienza e affrontare la Striscia con operazioni limitate, precedute da infiltrazioni e acquisizioni di informazioni via tecnologica che possano fornire indicazioni su dove colpire limitando le perdite ed eliminando puntualmente i centri di resistenza.

Quindi, anche se la sete di vendetta spinge a un’operazione in grande stile, quello che l’esperienza consiglia è una lenta, progressiva, erosione che può durare mesi o anche anni. Tempo che Israele può usare per isolare i suoi estremismi interni, ritrovare quella coesione e quello spirito nazionale che sono sempre state le sue vere armi vincenti. Aprire, inoltre, un fronte di trattativa con quella parte di comunità palestinese, che esiste ed è probabilmente maggioritaria, che vuole trovare infine una soluzione di convivenza, senza cedere alle lusinghe suicide dell’oscurantismo religioso. E tutto questo, in un quadro di instabilità internazionale che, ormai, è criminale ignorare. Lo jihādismo, le ambizioni iraniane, quelle russe e quelle cinesi sono una mano di poker molto forte in possesso del caos che bisogna affrontare senza più tergiversare. 

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